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Venezia
Concorso internazionale di idee per la “Casa della Musica”. Riqualificazione dell’area Ex-Palafenice, Isola del Tronchetto, per la realizzazione di un complesso per l’insegnamento, le prove e le rappresentazioni per musica, danza e teatro.
con arch. Luca Vacchelli, arch. Giovanni Bertolotto, arch. Sergio Giovannini. 2005
1° classificato

L’ Identità di una città e il Carattere dello spazio urbano
Si è ciò che si guarda. Il progetto ricostruisce una Venezia per così dire immaginaria, impiantata a margine di quella vera. Una Venezia analoga con luoghi e forme che riportano alla memoria edifici e spazi, inventati o reali, citati e messi insieme per proporre un’alternativa ma anche un ordine alla sconnessione dis-urbana della zona del Tronchetto. Una ricerca tra differenza e somiglianza. Una possibilità reale. La Casa della Musica diventa una delle tante città invisibili di Calvino: è la città per rivivere il nostro passato ma è soprattutto il viaggio architettonico per ritrovare il nostro futuro.


Marmi, pizzi di marmo, intarsi, capitelli, cornici, rilievi e modanature, nicchie abitate, frontoni, balconi, finestre gotiche o moresche: si pulisce dall’ornamento, lasciando le forme nude in sé ma colme del significato della città.


Questa nuova parte di città viene non solo toccata ma intrisa dall’acqua: la natura rettangolare della forma del Tronchetto, voluta, costruita dall’uomo, viene scavata dall’anarchia dell’acqua che notoriamente disdegna la nozione di forma, in questo caso regolata in rii, darsene e vasche. L’acqua offre alla bellezza il suo doppio: questa nuova parte di città migliora il suo aspetto, abbellisce il futuro. Diventa doppiamente bella, come Venezia.
I collegamenti: una nuova fondazione di parte di città (Aree 1, 2, 5 e 13.)
Daniele Barbaro nel suo commento a Vitruvio recita nel 1556: “tagliare le rupi, forzare i monti, empire le valli, seccare le paludi, fabbricare le navi, drizzare i fiumi, munire i porti, gettare i ponti”. Questo era per lui il fare progettuale a grande scala. L’atto fondante per una città. L’area dell’ex-PalaFenice scelta per il progetto diventa atto fondante.
Il collegamento alla Casa della Musica avviene prevalentemente dall’acqua. Perché questa è una parte di Venezia. Come ogni angolo di Venezia si raggiunge dall’acqua. Una nuova contrada esterna, a margine. Con molte caratteristiche delle contrade esterne: maglie larghe e relativamente regolari dove il tessuto insediativo si è allentato ma risente fortemente dell’identità della città lagunare tutta. Un’alterità linguistica fatta di forti persistenze linguistiche. Gran parte dell’isola del Tronchetto non è stata toccata dal progetto. È lasciata a parcheggio, a raso e sul silos esistente. Del Tronchetto si occupa solo la parte finale, quella che è lambita sui tre lati dall’acqua della laguna, quella che guarda con ansia e curiosità verso Porto Marghera, le ciminiere infuocate, gli oleodotti, uno skyline decadente dal fascino figurativo alla Blade Runner. Ma dall’altra parte si collega con lo sguardo a Venezia, verso la Marittima, verso le architetture dell’operosa Venezia industriale di fine Ottocento, guardando lontano, arrivando virtualmente a scorgere il globo d’oro della Punta della Dogana.
Una piastra di legno, che contiene servizi accessori e biglietterie, separa questo vasto frammento di Venezia da quella che è l’isola del Tronchetto, lasciata intatta. La Casa della Musica inizia al di la dei ponti lignei di collegamento, lontana memoria del ponte rappresentato nella colorata e chiassosa tela cinquecentesca del Miracolo della Reliquia della Croce di Vittore Carpaccio. Quando ancora i ponti erano di legno e la città non era di pietra.
L’accesso e l’approdo dalla Laguna avviene attraverso ponti e stazi per i battelli e i vaporetti, tutti localizzati ad est dell’isola. L’area di progetto può essere completamente circumnavigata su tutti i suoi fronti. Sempre dal mare si apre una darsena, ricordo della darsena di Sacca Misericordia. Avvicina i taxi e le imbarcazioni al centro dell’area, porta nel mezzo l’acqua, elemento di collegamento, per carico e scarico di uomini e cose.


La corte e il campo: la Venezia minore (Area 12)

Il campo è una conseguenza naturale della topografia di Venezia fatta da vicoli tortuosi e sguscianti come anguille che alla fine portano ad uno spazio aperto, ad una “piccola contrada”. Qualunque meta ci si possa prefiggere nell’uscire di casa si è destinati a perdersi in questo groviglio di calli e callette che invitano a percorrerle tutte, lusingano e ingannano, perché, in fondo, c’è sempre l’acqua di un canale o un altro campiello, o un ponte, o una porta di una casa, qualsiasi. È tale particolare carattere che l’architettura veneziana ha, questo straordinario rapporto tra spazi interni ed esterni, il confondersi tra privato e pubblico, tra vita individuale e collettiva che si è fissato in questo frammento urbano: l’area dedicata ai laboratori, alle piccole sale prove e ai locali per l’insegnamento, le aule workshop, alle botteghe artigiane dei maestri scenografi che si dedicheranno a creare i fondali o i costumi per le rappresentazioni. Una Venezia dell’edilizia minore, corti di case per eccellenza dove gli spazi urbani rimembrano una venezianità collettiva: il Ghetto e Campo di Santa Margherita con quel suo edificio posto quasi casualmente al centro dello slargo. Ma poiché niente a Venezia è casuale, i tre campi lastricati interni, o corti, citano il suo vero tessuto urbano. Basse case, tetti a falde e piani, gli stessi colori, materiali ed altezze degli edifici ricordano la Venezia minore: intonaco a marmorino che si scalda e si sfuma a seconda dell’orientamento della facciata, e il mattone, quella terracotta che si ritrova solo in alcuni degli edifici isolati di queste corti, i punti focali dei campi. Intonaco e mattone: l’identità dello spazio abitativo del popolo minuto a Venezia.


“L’altra città”: l’Arsenale ritrovato e il Teatro sull’acqua (Aree 6, 7, 8 e 9)
La Venezia mercantile di legno e terracotta rappresentata da Carpaccio, legata al mondo dei ponti e delle barche, ricordo degli squeri per il rimessaggio delle barche e delle gondole, memoria dei caseggiati, delle rimesse, depositi e cantieri. La Venezia del grande Arsenale. Il “picciolo mondo” come dirà Goldoni nel Seicento. Un insegnamento per intervenire sulla città, un nuovo spazio urbano del contemporaneo. L’acqua forma la superficie attorno alla quale si dispongono gli spazi “dell’altra città”: laboratori, sale prove, ma anche una biblioteca, spazi per la danza, aule e botteghe. Sull’asse mediano rimane solo la grande teza del capannone centrale: il capannone si svuota e raccoglie una cavea per 70 spettatori che ammireranno lo spettacolo da rappresentare sul palco galleggiante: legame intimo tra uomo e locus. Tra acqua e arte.


Il Centro per la Danza: la metafora trasparente dei mille riflessi della Laguna (Area 10)

È anche la Venezia rivissuta nelle pagine di grandi autori ad ispirare il progetto: come quella descritta da Ruskin che ha due caratteri importanti: il primo è il modo tipico della storia veneziana di procedere tenendo insieme passato e presente. Una compresenza di passato, presente e futuro che trasforma il tempo veneziano in un tempo eterno: eterno perché formato da tutti i tempi. Ruskin però non parla solo di un nuovo costruito con elementi del passato; parla di un nuovo costruito con “charm of association”; parla di un procedere per “admiration” ma anche, e soprattutto, per “affection”, ed ecco che l’edificio per la danza è un associazione al luogo, ai colori della Laguna, all’acqua e alle sue luci: a volte appare verde come il fango, a volte grigia o bruna, a volte cerulea, altre volte ancora violacea. Contiene migliaia di riflessi, quasi quante sono le persone che vengono a visitare la città. Ed ecco che tali colori, tali trasparenze, le incamera a sé, tutte, l’edificio per la danza, il luogo dove i danzatori provano, si esercitano: un edificio trasparente, cristallino, traslucido, reale metafora dell’arte tersicorea e della sua leggerezza. I pannelli opalescenti e colorati fungono da protezione alla luce, ma nello stesso tempo sono le finestre verso la Laguna, verso la città e verso “l’altra città” che è quella dell’Arsenale ritrovato. Come fossero ombre cinesi gli stessi effetti dei corpi che si muovono sul retro di essi proporranno una sorta di teatralità magica continua. I toni cristallini dell’edificio, di questa scatola dell’arte e del movimento, si contrappongono al rigore e al colore della terracotta degli edifici che si affacciano nel bacino del nuovo Arsenale.


La Piazza delle Feste e l’Auditorium: monumento di pietra senza tempo (Area 3 e 4.)
Il grande auditorium rivestito in pietra serena assume in sé la realtà storica del monumento e della grande fabbrica veneziana: un edificio isolato, centrale, sulla grande piazza. Come la chiesa di Santa Maria Formosa del Condussi, come il grande edificio sansoviniano della Scuola della Misericordia. Una nuova architettura che trae forza automaticamente dagli elementi del ricordo, dalle forme e dai contesti ai quali si riconduce. Non ostenta nel cielo cupole e statue di santi come le chiese cinquecentesche del centro storico, ma si configura con la sua massa, la potenza materica del suo volume. Tipologicamente la pianta contiene la platea che si eleva gradatamente in una gradinata continua. Una vasta aula per 600 spettatori che ricorda i luoghi della centralità di molte città venete, prime tra tutte Vicenza con la Basilica palladiana e Padova con il Palazzo della Ragione. Una scatola armonica protetta in uno scrigno di pietra di ruskiniana memoria. Un grande edificio di architettura civile che vuole esprimere al meglio l’immagine monumentale di Venezia. Tradizione e modernità, una sorta di identità culturale di una nuova opera di architettura che diventa contaminazione tra la tecnologia contemporanea e la tradizione del luogo declinata in una sorta di repertorio veneziano.
L’auditorium si colloca sulla vasta superficie della Piazza delle Feste, tagliata lateralmente da una serie di scalinate diagonali: un basso podio dal quale la vista della Laguna si amplifica. Una traslazione lontana della Piazzetta del Leoni, che fiancheggia la Basilica, ma anche del Campo di San Trovaso. Carlo Levi a metà del Novecento diceva che il futuro ha un cuore antico. Il ricordo è parte di questo futuro.


I Casoni lagunari: corrispondenze di significato (Area 11.)
Affacciata verso l’area industriale di Marghera, la lunga fila di edifici in legno di larice dalla forma di capanni organizza una sorta di muraglia, schermo tra l’area di progetto, collegata ad essi da una fondamenta, e la visuale di Marghera. Nel medesimo tempo dagli edifici stessi è possibile inquadrare, attraverso aperture studiate sui prospetti, l’area industriale in alcune sue parti: le ciminiere, le luci delle industrie, i camini fumanti…..
All’interno spazi polifunzionali: un museo della musica, archivi e botteghe per fare diventare anche questa cortina edilizia parte di città. L’accesso attraverso passerelle ricorda i ponti della Fondamenta del Rimedio vicino a Palazzo Querini Stampalia. Luoghi contemporanei, memorie urbane.


Il Parco della Musica (Area 14).
Filtro tra l’area sconnessa e infrastrutturale del parcheggio del Tronchetto, questo lembo di verde crea una barriera visiva e sonora per la Casa della Musica. Il mondo che si collega a Venezia inizia da lì. Il segno cromatico e tattile è chiaro, imprescindibile. Lontana e forse sottile memoria del “bel paesaggio” degli orti conventuali di San Giobbe impresso nella nostra memoria dalla stampa del de’ Barbari, questo luogo della natura regolata dall’uomo ha di per sè un’altra importante funzione nel progetto: un grande auditorium naturale, un parco pubblico che possa essere utilizzato nelle ore diurne come esteso polmone verde cittadino, condizione indispensabile ormai nei grandi centri urbani, ma che si trasformi dopo il tramonto in stage per grandi concerti estivi all’aperto, lontana eco del Central Park a Manhattan o dei parchi londinesi.
Come ha scritto Joseph Roth: “non esiste l’illimitato e puro avvenire così come non esiste niente che vada definitivamente perduto. Nell’avvenire c’è il passato. L’antichità può sparire dai nostri occhi ma non dal nostro sangue. Chi ha visto un anfiteatro romano, un tempio greco, una piramide egizia, o un utensile abbandonato dall’età della pietra sa che cosa ho in mente”. Ebbene chi ha visto Venezia diventa parte di lei. Si è infatti ciò che si guarda.


progetto pubblicato in
- Catalogo del concorso “Casa della Musica”, Poligrafica Editore, Venezia, 2005, pp. 12-15.
- Julian Adda, Musica per il Tronchetto, in “Giornale dell’Architettura”, n. 31, luglio-agosto 2005, p. 13.
- Spazi pubblici e Concorsi. Casa della Musica, Venezia (a cura di A. Massarente), in “Area”, n. 80, 2005, p. 207.
- Competitions, in “Arca”, settembre 2005, p. 86.
- Il senso dello spazio ritrovato. L'identità di una città e il carattere dello spazio urbano, in (a cura di Massimo Fagioli) Nuova Architettura Italiana, Aion Edizioni, Firenze 2006, pp.145-149.
- europaconcorsi.com/projects/19590-La-Casa-Della-Musica.
progetto recensito in
- Lions, Ingegneri e Architetti: “Ecco il Palafenice come lo vorremmo”, in Il Gazzettino, 01/05/2005.
- Il nuovo Palafenice è un architettura di pietra e vetro, in Corriere del Veneto (Corriere della Sera), 08/05/2005, p. 12.

 

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