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Milano – Via Decembrio
Ristrutturazione, ampliamento e cambio destinazione d’uso di ex edificio industriale d’inizio ‘900 Novecento, con progetto di opere interne. Progettazione esecutiva, direzione lavori. Committenza privata. 2002-04

L’intervento ha previsto la ristrutturazione, l’ampliamento e il cambio di destinazione da uso industriale ad abitativo di un edificio manifatturiero dei primi del Novecento in zona Porta Romana a Milano. L’edificio industriale recuperato si era trovato ormai circondato da una alta densità residenziale. La variazione di destinazione d’uso ha restituito agli ampi spazi dal recente passato industrioso, nuovi ritmi e residenti. I lofts configurati, di diverse cubature (da un massimo di 300 mq ad un minimo di 80 mq) e orientamento, hanno ereditato nuovi spazi abitativi non convenzionali riorganizzando l’ambiente domestico in unici ed ampi spazi per la vita familiare. Si è cercato volutamente di non alterare l’immagine originaria dello spazio industriale: una grande superficie flessibile, mutuabile nel tempo secondo la necessità dei residenti.
Esternamente la riorganizzazione degli spazi comuni è diventata una sorta di luogo collettivo, cortili e corti in comune che contribuiscono a fare interagire gli abitanti di questi nuovi ambiti domestici riadattati: sono chiavi di transizione che fondono il dominio privato con il dominio pubblico, una specie di soglia d’eccellenza.

Questi piccoli vuoti definiscono la presenza dei nuovi spazi edificati e al tempo stesso li differenziano dal contesto circostante. Nuovi luoghi di relazione.

 

La fabbrica, con la peculiare architettura industriale formata dalla giustapposizione di svariati padiglioni a doppia falda illuminati zenitalmente da shed, si è perfettamente prestata alla organizzazione residenziale: doppia altezza degli interni, ballatoi e soppalchi che collegano gli spazi interni in verticale.
Sono proprio i collegamenti in verticale a caratterizzare gli spazi abitativi: le scale sono state studiate per essere di volta in volta diverse tra loro. Attraverso la forma, l’uso dei materiali, l’illuminazione. Per rimanere l’elemento centrale dei lofts, l’elemento distintivo, l’eccezione e al contempo l’elemento unificatore. Un’altra caratteristica dell’impianto è stata quella di riportare nella memoria l’idea dell’originario utilizzo della fabbrica artigianale: uno stabilimento per la produzione di colori. Ebbene gli spazi interni si sono allontanati dalla consuetudine contemporanea di organizzare lofts attraverso segni e colori minimali, quali il bianco, ma al contrario si sono volutamente “rivestiti” di colori, primari o trasformati, come il rosso, l’arancio, il fucsia, il verde acido, il blu, l’oro, e di materiali dai toni particolarissimi come l’ebano, il mutenye, il porfido, l’acciaio corten, i mosaici, la plastica, trasformando i muri da solidi a superfici, manipolando lo spazio, animandolo.


Tutto questo recuperato nella Milano borghese, nella Milano neoclassica o dei vasti cortili segreti del centro, nella Milano dell’architettura moderna dei grandi Maestri della prima metà del Novecento. Volutamente ci si è scostati da tutto questo, facendosi indirizzare con ironia e con gioia da un autore che dell’uso del colore e dei materiali ne ha fatto la sua personale teoria compositiva. Un vero milanese: Gio Ponti. “Vivenda, bellissima parola degli spagnoli per dire casa, è umano, tanto umano: non è la ‘Casa dell’Uomo’, ma – è la stessa cosa, ma è diverso – la casa per i bambini, le donne, i vecchi, il sonno, il riposo, i sogni, le indulgenze, gli abbandoni, il dolore, le pigrizie, gli ozii, le passioni, l’amore, la nascita e la morte… Non dobbiamo mai chiudere le prospettive, dobbiamo fare vedere “più che si può”, fare infilate, fughe, d’aperture, di luci, e lo spazio a disposizione non scomporlo in stanze uguali ma farne risorse per le risorse dell’architettura “spaziale” che sono tante; risorse delle dimensioni e forme volumetriche diverse degli ambienti, risorse dei colori, risorse delle luci diverse degli ambienti, risorse delle materie, delle sequenze, del su e giù, delle sorprese, dei punti di vista: insomma lo spettacolo intimo dell’architettura, e questo spettacolo disegnarlo vuoto ma pensarlo vivo cioè con la gente. ... tutto sarà coloratissimo.” Gio Ponti, Amate l’Architettura, 1957.

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