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Parma
Concorso di idee per la riqualificazione di Piazzale Santa Croce, di Piazzale Pablo e di Piazza Mattarella nel Comune di Parma. Piazzale Pablo.
Con Gruppo ABC - Architetti a Basso Consumo. 2009

Nuove Regole Urbane per gli Spazi Pubblici: dal Centro Città verso Ovest. A pensarci un istante, sembra che chi abbia scelto questo nome per Viale Piacenza volesse mettere un po’ di fretta a coloro che imboccano la lunga strada alberata, suggerire loro di non indugiare troppo nel lasciare la città. Viale Piacenza: sguardo subito alla meta, teso ad annullare la distanza di poco meno di ottanta chilometri di Via Emilia – che a Piacenza ci va davvero, e da ormai tempo immemore; ed allora si attraversa il Ponte delle Nazioni, già Ponte Bottego, ora appesantito da una tautologica infilata di bandiere che sventolano a fatica sopra il letto per lo più umido del torrente; si prende lo slancio seguendo per un tratto l’anello dei viali di circonvallazione, sul lato settentrionale del Giardino Ducale; ed infine dritti per la tangente, in direzione Sud-Ovest fino a Piazzale Caduti del Lavoro dove ci si ricongiunge al tracciato del decumano con una improbabile rotatoria che abbraccia una banca, un supermercato ed una terra di nessuno che qualcuno – senza troppo successo – ha cercato di rendere spazio pubblico con la sola imposizione di quattro lampioni hi-tech. In macchina l’unica direzione consentita è quella appena descritta: un semaforo ed un paio di rotatorie (meno insolite di quella poc’anzi citata) rallentano il traffico quel tanto che basta ad aumentare l’impazienza di uscire dal centro, ma certamente non abbastanza ad osservare i luoghi che stiamo attraversando.

 

Eppure questa porzione di prima periferia, innalzata a palazzine anni Sessanta/Settanta di tre o quattro piani – proprio come ci si aspetterebbe – di negozi e bar sulla strada, generosamente ombreggiati da una piantumazione rigogliosa, ha un nome: è il quartiere Pablo, propaggine extra moenia del quartiere Oltretorrente verso Nord-Ovest; quell’Oltretorrente che ancora ricorda le barricate antifasciste, tanto che non ci si sorprende a scoprire che “Pablo”, al secolo Giacomo di Crollalanza, fu comandante unico delle forze partigiane in provincia di Parma, caduto in battaglia a Bosco di Corniglio nel 1944; figura esemplare per i suoi concittadini, che ne hanno affidato la memoria ad una Casa dello Studente nei pressi dell’Ospedale Vecchio e ad un piazzale che porta il suo nome di battaglia. È importante capire le motivazioni dei nomi dati ai luoghi che spesso non ne portano solo memoria ma anche perenne identità.


Identità di un Nome: Spazi Vissuti

Piazzale Pablo potrebbe aver trasmesso il nome al quartiere in cui si trova; l’ipotesi contraria suona alquanto improbabile, anche se a guardarlo oggi non sembra molto più che una successione irregolare di aiuole e vialetti selciati, punteggiata da parecchi grossi alberi – cedri disordinati che ricordano i camping delle prime propaggini appenniniche ed alpine – e sovrastata dalla facciata a capanna della chiesa di Santa Maria della Pace, una solida imbastitura di mattoni scuri in grado di apparire prospetticamente più grande di quanto non sia in realtà. Sul lato opposto, chiusura ancor più perentoria, il brusio delle automobili sul Viale, schermato ancora una volta da qualche pianta, qualche cabina telefonica, qualche cassonetto per i rifiuti. Questa quinta eterogenea ed improvvisata è esattamente (e solo) tutto ciò che si può vedere risalendo Viale Osacca, l’asse trasversale a Viale Piacenza, che si innesta a Sud su Via Gramsci (il primo tratto di Via Emilia Ovest) in perfetta corrispondenza con l’ingresso storico dell’Ospedale Maggiore; la chiesa, da qui, risulta praticamente invisibile, così come impossibile è percepire la presenza di uno spazio pubblico – il piazzale – nato forse con l’ambizione di poter funzionare quale centro della vita collettiva del quartiere. Ed in un certo senso è così: mentre tutt’attorno va in scena la caccia quotidiana al parcheggio (a pagamento), gli spazi un po’ frammentari del piazzale – si direbbe loro malgrado – sono costantemente vissuti da un pubblico variegato e composito: giovani madri con i passeggini, bambini assiepati attorno all’arida e sudicia fontana ed agli scivoli bisognosi di manutenzione, pensionati assorti seduti sulle solite panchine in legno (quelle libere – si scopre ben presto – sono troppo sporche di guano). Parmigiani nativi o adottivi – che hanno guardato i propri figli allontanarsi verso la nuova periferia di villette bifamiliari – e tanti stranieri, perché in questa città il quartiere Pablo è forse uno dei più multirazziali, ed il cambiamento è già in atto da un paio di decenni. Voci, differenti idiomi, il ticchettio delle biciclette spinte a mano, le altalene che cigolano e finiscono per confondersi con il suono dei freni dell’autobus che ferma proprio davanti al piazzale: la materia prima dell’architettura e dello spazio pubblico – la presenza umana – non manca.


Sistema di Segni Necessari, Inconsapevoli, Ordinatori
Ciò su cui sembra necessario intervenire è quel sistema di segni necessario a regolare lo spazio, in grado di mutare un lotto semplicemente non edificato in una sequenza di luoghi di relazione aperti, capaci di accogliere – e raccogliere – quei suoni, quei passi, quelle voci e quei giochi in un solo respiro collettivo; un avvicendamento di spazi, di stanze nelle quali e tra le quali possa svolgersi la vita urbana. Definire uno spazio significa trovarne, dopo il significato, i limiti: rendersi consapevoli di dove il nostro operare, raggiunto auspicabilmente il proprio fine (finis, appunto) dovrà esaurirsi. In questo caso, alcuni sono già segnati: a Nord dalla chiesa e dalle sue pertinenze, orgogliosamente (e per necessità protettiva) recintate; ad Est e Ovest da due passaggi carrabili; a Sud dal rapido taglio obliquo di Viale Piacenza, il solo a suggerire ipotesi alternative. Ecco che allora il proseguimento ideale di Via Ruggero – l’unica trasversale ad immettersi direttamente sul piazzale, da Ovest verso Est – può proporre la suddivisione dell’area di progetto in un lotto triangolare, a Sud, ed in un grande quadrilatero esteso verso Nord fino ai gradini antistanti alla chiesa. La perfezione e la riduzione ad un quadrato. Reductio: riportare l’ordine nelle cose, ristabilirne i limiti.


Camere e Anticamere affacciate sulla Corte
Il primo ambito, il lotto triangolare su Viale Piacenza, rivendica un ruolo di interfaccia fra il transito e la sosta, un’anticamera della piazza centrale vera e propria, che ora da piazzale è diventata finalmente piazza, anzi patio, corte, campo, vasto cortile sul quale le nuove stanze di progetto si affacciano. Tale slargo, irregolare nella forma, ma liscio e omogeneo nel rivestimento in pietra di Bedonia, è destinato al necessario spazio di fermata dei mezzi pubblici, all’attesa, alla salita e alla discesa dai bus degli abitanti: una prima linea di nuova piantumazione sottolinea il passaggio tra i due ambiti. È un filtro tra la caotica città che si muove a motore e la nuova piazza per la gente. Il secondo si compone a propria volta di un quadrato piano – elemento centrale della composizione all’apparenza concluso in sé – e da un rettangolo ad esso appoggiato longitudinalmente, meno esteso, a ridosso della chiesa: rispettivamente la piazza civica ed il sagrato religioso. L’idea di raccogliere la vita collettiva del quartiere in uno spazio chiaramente distinto da quelli circostanti e tuttavia accessibile da più punti ha condotto direttamente alla forma della corte: una corte, astrazione dell’antico recinto, ricavata poco sotto il piano di campagna attuale, abbassandosi di circa 1 metro: un invaso percettibilmente edificato verso il quale tutti i percorsi tendono quasi per gravità, senza distinzione, senza ghettizzazione di raggruppamenti. Questo contiene a sua volta il cuore del progetto: un secondo spazio quadrato, al cui interno riaffiora l’orientamento eccezionale e mai dimenticato di Viale Piacenza, unica direttrice ruotata in un intorno regolato da andamenti rigidamente ortogonali, allineati ai punti cardinali. Ed ecco la piazza vera e propria, lapidea in ampie lastre di pietra di Bedonia, circondata da una sorta di recinto trasformato in stanze perché come ci indicava Camillo Sitte agli esordi nel XX secolo: “all’interno di una città uno spazio libero non diventa una piazza, che quando appare effettivamente chiuso”. Le rampe d’accesso all’invaso, parimenti ruotate e disposte planimetricamente a mulino, suggeriscono la vocazione alla sosta dello spazio centrale: nessuna di queste taglia con un solo gesto tutto il lotto, ciascuna guida i passi – in lenta discesa – verso un punto da cui sia possibile abbracciare con uno sguardo la corte interna e tutto ciò che vi si affaccia: le Stanze.


le Stanze: specie di spazi
Le Stanze, spazi di perechiana memoria, completano il disegno della nuova piazza: nelle aree ritagliate dalle rampe d’accesso il suolo si solleva, generando superfici verdi o lapidee direttamente accessibili dalle strade circostanti ed offrendo spazio ad ambienti coperti rivolti verso l’interno, stanze ad uso pubblico: un parcheggio coperto per biciclette; servizi igienici, una caffetteria, forse un’edicola. Non c’è bisogno dei soliti padiglioni polifunzionali, da destinare magari a mostre temporanee che lì in quel quartiere probabilmente rimarrebbero vuote, esito vacuo di quell’architettura che ama sentirsi ripetere di saper fare tutto in nome dell’arte, ma che di concreto fa ben poco proprio perché il significato dell’arte non lo conosce affatto. Piuttosto spazi, condensatori sociali, per la gente reale: una sala consiliare, uno spazio per le assemblee di quartiere, le iniziative della parrocchia o le ricorrenze, perché in questo luogo possano anche essere discusse questioni che interessano e coinvolgono i multietnici abitanti che ci vivono attorno. Perché da appartati gruppi si sentano insieme cittadini. La quarta Stanza (che va a chiudere questa piccola nuova forma urbis) esiste già, è la chiesa: un’altra possibilità di condivisione e di vicinanza per chi la desidera, un’altra assemblea (ecclesia) affacciata alla pari delle diverse istituzioni umane su una società dove la distinzione pedissequa tra laico e religioso alimenta soltanto la reciproca diffidenza. Così, il lato settentrionale del cortile si ripiega per disegnare una gradinata – luogo per salire o, se si vuole, per sedersi al sole – che riconduce sul sagrato, proprio di fronte ai tre portali che sarebbe bello trovare sempre aperti.


La Percezione dello Spazio: materiali artificiali, naturali ed emblematici
La caratterizzazione degli spazi così definiti attraverso la scelta dei materiali presuppone che l’eccesso di significazione, o perfino l’abuso virtuosistico di cesellature, non conduca ad altro che alla perdita di significato. Pochi elementi dunque: una solida orditura in pietra di Bedonia per individuare la piazza, le rampe d’arrivo e le sedute; l’acciaio Cor-Ten a disegnare nitide fenditure sulla pavimentazione, tracce delicate di assi fondativi e percorsi suggeriti, per poi sollevarsi in verticale nei montanti del sistema di chiusura delle stanze; i serramenti consistono in semplici pannelli basculanti di rovere verniciato, che una volta aperti creano sulla soglia – mai la stessa – una tettoia per trovare riparo, se necessario, dalla pioggia o dal sole troppo alto. Alcuni grandi alberi esistenti rimangono, in più all’ombra si provvede anche sui lembi esterni della piazza, attraverso due ali di piantumazione che corrono sui lati Est e Ovest del lotto; così anche sulle coperture dolcemente inclinate delle Stanze si potrà salire, camminare sull’erba, sedersi dove si vuole. Giovanni Michelucci ci ricorda che in piazza del Campo a Siena potrebbe nascere l’erba, deliziosa metafora di quanto quello spazio appaia organicamente conformato ad accogliere la vita; qui l’erba è nata davvero, perché forse non c’è Siena attorno, ma si può star bene lo stesso. Star bene in questo luogo, tuttavia, dovrebbe significare anche comprenderne la memoria e l’identità: sapere, o anche incuriosirsi al riguardo, chi è stato Pablo, che ha scritto col sangue dei suoi ventisette anni una pagina – o forse più di una – della storia di questa città; per ciò può bastare solo un cenno, un trilite in calcestruzzo armato grezzo, gettato in casseri di legno di cui resti ben visibile l’impronta, collocato nella centrale piazza inferiore. A misurarla, la soglia descritta dal telaio misura un metro e ottanta di altezza e sessanta centimetri di larghezza: le dimensioni di un uomo. Appena scostata, adagiata a terra, una lastra dello stesso materiale e delle stesse dimensioni, che usare come seduta non sarà mancanza di rispetto, ma segnale di vita; perché Pablo è caduto, ma resta in piedi tutto ciò per cui ha combattuto, ciò a cui apparteneva e che apparteneva a lui: i suoi luoghi, la sua gente. Resta il suo ricordo.


Pablo è Vivo
Come sempre, l’architettura inizia con un disegno: una geometria, l’osservazione paziente dei segni già tracciati, la scelta faticosa di quelli che davvero significano qualcosa; e l’aggiunta prudente di parole nuove, affidate al progetto, parole che gli architetti hanno la timida e coraggiosa responsabilità di far diventare lingua di tanti altri. A Parma, nel centro del quartiere Pablo, si è voluto ordinare uno spazio, fornire un’espressione – se non esatta quanto meno condivisibile – alla vocazione collettiva di questo luogo: già adesso le persone arrivano, si mescolano, parlano, giocano tra le panchine sporche e gli alberi trasformati a coppie in porte da calcetto; si muovono, perché no, calpestando le aiuole, ignorando i margini complicati della pavimentazione, seguendo il desiderio destrutturato che viaggia in linea retta come la mano protesa di un bambino. Uno spazio aperto e chiuso nello stesso tempo, un piccolo foro lapideo e un labirinto verde, un esterno che sorprende con le sue caratteristiche di ambito interno. I tracciati, i flussi, insomma quelle che potremmo chiamare le consuetudini d’uso, sono gli elementi necessari e fondanti di questo nuovo luogo urbano. Il progetto è chiaro nel suo intento, talmente evidente che basta leggerne la pianta per capirlo. Facendo proprie le parole di Virginia Woolf potremmo ripetere: “è un sollievo così grande poter indicare una cosa. E non parlare”. In questo quartiere non manca ora la voglia di stare insieme, certo non nuocerà cercare di assecondarla. Pablo è vivo.

 

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